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Le stoffe applicate o tentures

 


Il regno del Danhomé è celebre per le sue stoffe applicate.
Ideate alla corte, dal XVIII al XIX secolo furono consacrate in particolare, alla celebrazione dei "nomi forti", i nomi di vanto assunti dai sovrani, e delle gesta importanti della monarchia fon. Le stoffe raggiunsero un'elaborazione artistica sufficientemente elevata da essere spesso offerte alle altre nazioni con le quali il regno intratteneva relazioni. Servivano come segno d'amicizia in occasione dei funerali. Sin dalla conquista del regno da parte dei francesi nel 1894, le stoffe applicate hanno ritratto svariati temi legati alla vita quotidiana. Esse sono tuttora fonte d'ispirazione per gli artisti contemporanei.

Tentura del re Agadja (detalio), coll. Musée d'Abomey
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La secolarizzazione di un'arte religiosa:

Le fonti orali raccolte presso le famiglie di artisti di corte di Abomey, attribuiscono al Re Agadja (1708-1740) l'introduzione di quest'arte alla corte del Danhomè.

Durante una campagna nel Wémè, Agadja sarebbe rimasto impressionato dagli adepti del vudù Tedoe a Gbozoummè, i cui gonnellini descrivevano, durante le danze, dei cerchi di colore che ricordavano quelli dell'arcobaleno. Decise di farli venire a corte affinché lo vestissero dei colori dell'arcobaleno.

In principio, poiché disponevano solo della tessitura, si limitarono a ornare gli abiti reali con motivi semplici, che non avevano legami fra di loro. L'esplosione dell'arte della stoffa applicate si deve all'importazione massiccia di manufatti tessili occidentali, dopo la conquista del porto di Ouidah nel 1727 da parte dello stesso re Agadja. Da questo momento, gli artisti della corte ebbero accesso ad una variegata gamma di stoffe a tinta unita, che sono alla base di quest'arte.

La tecnica:

L'applicazione è la tecnica fondamentale della tenture.

Imbastitura - Photo J. Adandé

In breve, consiste nel cucire una stoffa su un'altra. Qui, i principi visivi entrano in gioco per gli artisti. Il termine "nu ta do nu mè" (mettere in risalto una cosa attraverso un'altra) attribuito alla tenture ci aiuta a comprendere: gli artisti evidenziano una stoffa di fondo con altre di colori differenti. Così come nella fotografia il "positivo" rivela il "negativo", i ritagli colorati, giocano a svelare e a celare il fondo oscuro sul quale sono applicati. La parola fon implica anche "la dispersione" dei motivi lungo la superficie della stoffa. Nel XIX secolo, il bianco e il nero erano i colori di fondo preferiti. Un esame degli esemplari più antichi mostra come gli artisti evitassero di lasciare spazi vuoti sulla stoffa.

Diverse tappe portano alla confezione di una tenture: si taglia la forma dei soggetti e si pongono sul fondo imbastendoli, questa flessibilità permette di modificare la posizione nel disegno. Quando l'artista è soddisfatto della sua composizione fissa definitivamente i soggetti per l'orlo dopo averne leggermente ripiegato il bordo. L'artista presta anche gran cura ai bordi esterni della stoffa di fondo che è trattata come se fosse la cornice di un quadro.

La possibilità di appendere le stoffe per ammirarle spiega perché siano definite tentures e cioè dipinti. Il nome fon "avo" è usato sia per indicare la stoffa applicata che una stoffa a tinta unita.

Le Stoffe applicate nella storia:

1- Al servizio del re

L'uso più frequente della tenture era la trascrizione dei "nomi forti" del monarca e la rappresentazione delle sue imprese belliche.
Tentura del re Glèlè, coll. MNAAO, Parigi
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Il "nome forte", era quello che il re sceglieva al momento della sua ascesa al trono. Il nome evocava uno strano evento naturale, una divinità o un fatto storico; a volte richiamava gli intrighi che il pretendente aveva dovuto sventare per accedere al trono.

Per tradurre artisticamente l'artista utilizzava una serie de segni o pittogrammi la cui combinazione rivelava il nome, qualcosa di simile ai geroglifici egiziani. Houégbadja per esempio può scomporsi in houé (pesce) gbe (rifiuto) aja (nassa). Il nome per intero indica che: il pesce che è fuggito dalla nassa non vi fa ritorno. Esso verrà trascritto da un pesce di fronte ad una nassa. Questo modo di trascrivere fa pensare ad un rebus. Gli altri modi d'interpretazione dei "nomi forti" rinviano a delle allegorie: alcuni re s'identificavano ad esempio con quegli animali selvaggi o meno frequentemente, domestici, la cui forza o saggezza hanno da sempre impressionato l'uomo: il bufalo, il leone, l'elefante, il cavallo, la balena, l'uccello cardinale o il camaleonte per esempio. In questi casi, il pittogramma degli animali era sufficiente.

La stoffa applicata creata per celebrare il re del Danhomè doveva essere completa. Poiché i re del Danhomè erano rinomati guerrieri, essa doveva necessariamente includere, le armi che questi avevano inventato o introdotto nel regno e qualcuna delle battaglie che avevano combattuto, facendo numerose vittime e schiavi. La dimensione di una stoffa di tale natura era proporzionale alla lunghezza del regno.

Oltre alla trascrizione dei "nomi forti" dei re, l'applicazione, privilegio di corte, era usata per confezionare le insegne degli eserciti; permetteva così di distinguere i gradi militari e di identificare i differenti dignitari di corte sui cui abiti erano applicati dei dischi al cui centro vi era il sigillo tipico della loro carica. Ma l'applicazione era anche utilizzata fuori della corte reale, nei luoghi di culto per esempio o nei funerali.

2 - Al servizio del popolo: La stoffa applicata era utilizzata dal popolo fon per celebrare l'amicizia. La tradizione voleva che in occasione della morte di un amico, i suoi coetanei ordinassero una tenture a dimostrazione pubblica del merito e delle qualità del defunto. La corrispondenza fra il suono di una parola e la forma è spesso alla base di questi messaggi in codice il cui significato oggi ci sfugge.

Scena di caccia, coll. Musée d'Abomey 3 - Nella storia nazionale:

Come tutte le arti, l'applicazione su stoffa ha subito l'influenza degli eventi storici. Creata dai re, concepita da famiglie spalleggiate da un vero e proprio mecenatismo, la scomparsa della monarchia avrebbe dovuto trascinarla a fondo. Ma non è stato così.

Per attenuare il ricordo dei re nella memoria collettiva dei Fon, i colonizzatori proposero nuovi temi. Gli artisti si orientarono così verso scene di vita quotidiana, come l'agricoltura e la caccia. Ma il ricordo dei sovrani, la loro impronta nella cultura locale era così forte che i loro pittogrammi sopravvissero, trascritti non più sulle grandi stoffe che raccontavano tutta la storia di ogni regno, ma su delle fasce allungate o rettangolari dove essi si accumulano. Furono chiamati "gan djegui" o " re in gran numero". Si tratta probabilmente di una forma di "resistenza", la stoffa applicata era divenuta più facile a trasportarsi continuando a perpetuare quel messaggio di potenza e di grandezza contenuto e veicolato dai "nomi forti" dei re e dalla loro rappresentazione visuale.

Gan Djègui - Photo J. Adandé La stoffa applicata è ancora viva oggi nella parte meridionale della Repubblica del Benin ed in particolare nella regione d'Abomey. I discendenti delle famiglie di artisti di corte del XIX secolo, gli Yèmadjè e loro parenti, ne perpetuano la tradizione. Essi sono anche migrati a Ouidah, città celebre per la tratta degli schiavi, divenuta sin dall'inizio del secolo XX un centro secondario delle arti di corte. A Ouidah si è mantenuta fino agli ultimi anni una tradizione artistica più pura che rispetta i colori tradizionalmente onorati da quest'arte.

Negli atelier di Abomey e altrove, si continuano a ripetere le antiche forme legate ai pittogrammi reali sebbene vi sia allo stesso tempo, una continua innovazione degli stessi temi. La domanda turistica ha spinto verso nuove direzioni: la natura, animali diversi da quelli tipici della monarchia sono parte dei nuovi soggetti delle tenture.

Successivamente al Festival delle Culture Vudù tenutosi a Ouidah nel 1993, i tessuti multicolore o Wax (tessuti cerati) olandesi sono stati integrati in nuove creazioni. La stoffa applicata che in passato utilizzava il volume consacrato alla dimensione piana, si avventura ora nel tridimensionale. Le nuove stoffe "vudù" si caratterizzano per l'aggiunta di braccialetti, di bacchette e catene dal ritratto degli iniziati vudù che rappresentano. Dei nuovi atelier sono stati creati in cui i giovani artisti sono più attenti al colore ma anche al simbolismo vudù su un piano transculturale: i simboli ed i segni del vudù haitiano sono oramai parte di un mondo esplorato anche dagli artisti del Benin. Diversi esperimenti hanno mostrato il potenziale creativo dei differenti stili come nel caso della traduzione di favole di La Fontaine in immagini locali.

Punti di vendita esistono nella maggior parte delle grandi città affinché i turisti possano beneficiare di un servizio efficiente. Alcuni sono delle vere e proprie cooperative dove il lavoro è ripartito fra il maestro artigiano che si serve ormai di cartamodelli per ritagliare le forme, le donne che imbastiscono, apprendisti che finalizzano le cuciture e intermediari che portano il prodotto finito ai clienti nelle città.

La Fontaine in immagini locali - Photo J. Adandé

Conclusione

È possibile paragonare la stoffa applicata alla vera scrittura; essa funziona per significanti e significati e spesso si fonda sull'assonanza di suoni e forme per creare una parola. Questa scrittura ci permette di valutare le conoscenze dei fon fra il XVIII e il XIX secolo: conoscevano l'ago e il fuso indispensabili per cucire; ogni artista aveva nelle sue concessioni un altare dedicato a Gu, il dio della forgia e del metallo. La stoffa con applicate ci dimostra che i Fon sapevano filare il cotone e tesserne delle stoffe; sapevano confezionare dei parasoli. Le loro conoscenze botaniche e zoologiche si evincono in parte dalle loro creazioni. Essi sapevano combinare armoniosamente i colori ed erano consapevoli che questi sono una dimensione della luce, considerando che la tecnica della tenture illuminava ed evidenziava una stoffa di fondo scuro. Le numerose stoffe create ci dimostrano che i re del Danhomè ricercavano la bellezza e facevano tutto ciò che era nelle loro possibilità per circondarsene.


Joseph Adandé
Assistente Professore di Storia dell'Arte
Università Nazionale del Benin
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